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06 novembre 2018

SI FERMI IL TEMPO DELLA SOTTOMISSIONE

Riceviamo e diffondiamo volantino, a cura de "Il grimaldello", distribuito alla manifestazione antirazzista del 21 ottobre a Genova:

SI FERMI IL TEMPO DELLA SOTTOMISSIONE

Genova, aprile 2017. Philippe, ragazzo minorenne quasi cieco, scappato dalla guerra civile in Costa D’Avorio, dove ha perso tutta la famiglia, viene massacrato di botte da 4 poliziotti, colpito da spray urticante e arrestato. Era appena sfuggito all’aggressione di due ubriachi italiani, ma si sa: se qualcuno chiama la polizia e c’è di mezzo un immigrato, sarà lui a farne le spese.
Uno di quei poliziotti ammazzerà in casa sua Jefferson, ventenne ecuadoriano padre di una bambina. La madre di Jefferson aveva chiamato aiuto perché il ragazzo era evidentemente troppo agitato per problemi personali. “Aiuto” che, per lo Stato, soprattutto quando si tratta di immigrati, si traduce in violenza.
L’assassinio è stato premiato con nuova scintillante ed efferata dotazione: il taser. Lo specchietto per le allodole del Nazionalismo viene sfoderato appena le condizioni lo permettono.
E questa è solo una conseguenza del più generale odio razziale che si innesta, ad arte, su quello di classe.
Qualcuno ha paura di perdere la proprietà (casa, oggetti da rubare...) o qualsiasi cosa percepisca come tale, chi non ha niente ha il terrore di perdere anche i due spiccioli di carità o il posto in dormitorio.
Non servono molte parole per sottolineare quanto sia necessario e urgente agire contro l’ondata reazionaria. Ai campi di concentramento, alla segregazione istituzionale e allo sfruttamento spinto fino alla semi-schiavitù, si accompagna uno stillicidio di aggressioni contro gli immigrati. Siamo ormai al tiro al bersaglio fomentato, legittimato, normalizzato. Difficilmente si potrebbe immaginare una più ignobile (quanto funzionale a padroni e governanti) parodia dello scontro di classe. È come se la rassegnazione e la sottomissione, con cui un’ampia parte della società ha accettato tre decenni di attacchi capitalistici, si raggrumasse nel rancore verso l’immigrato, delegando al ducetto di turno la maniera forte. 
Se nazionalismo e razzismo, vecchi ami avvelenati a cui sempre più sfruttati abboccano, non trovano in fretta decisi sbarramenti, infetteranno a lungo le anime morte prodotte da questa meravigliosa democrazia. Educati a pane e tolleranza verso l’intollerabile (tanto tutto è opinione, no?), eccoci qua.
I processi intentati contro donne e uomini che non vogliono accettare barriere, filo spinato, detenzione amministrativa, immigrati che muoiono in massa alle frontiere di terra o di mare, nei campi di concentramento, passano spesso sotto silenzio. La settimana scorsa c’è stata la prima udienza contro decine di manifestanti che si erano riuniti al Brennero il 7 maggio 2016 per l’iniziativa “Abbattere le frontiere”. A questo seguirà un altro troncone con altrettanti imputati accusati addirittura di devastazione e saccheggio.
Intanto gli arrestati durante quello stesso corteo, che hanno già avuto il processo d’appello, si sono visti confermare la condanna a 1 anno e 2 mesi.
E noi? L’epoca che richiede alle minoranze ribelli quelle drastiche opzioni di cui parlava uno storico partigiano (Claudio Pavone) non è dietro, ma davanti a noi.
L’azione e la rabbia contro ciò e chi fomenta tutto questo potrebbe convergere nel tempo e diffondersi nello spazio.

Spazio di documentazione Il Grimaldello

11 settembre 2018

Appello a dieci giorni di mobilitazione contro frontiere e razzismo di Stato in occasione del processo per i fatti del Brennero

Il 12 ottobre, presso il tribunale di Bolzano, comincerà il processo contro 63 imputati e imputate per la manifestazione Abbattere le frontiere tenutasi al Brennero il 7 maggio 2016. Si tratta del primo troncone giudiziario, a cui ne seguirà un altro con altrettanti imputati. Nel frattempo, gli arrestati durante il corteo del 2016 a cui è stato fatto il processo d'appello si sono visti confermare la condanna a un anno e due mesi.
Si può dire che il motivo per cui siamo andati al Brennero quel giorno è decisamente, tragicamente attuale. Allo stesso tempo, visto quello che sta succedendo attorno a noi, l’importanza di questa scadenza repressiva impallidisce alquanto. Se ciò che ci rivendichiamo è lo spirito con cui in centinaia siamo andati al Brennero, vorremmo fare anche del processo un’occasione di lotta contro le frontiere sempre più assassine e contro un razzismo di Stato che non ha mai incontrato, se non negli anni Trenta, un simile consenso sociale.  
Non servono molte parole per sottolineare quanto sia necessario e urgente agire contro questa ondata reazionaria. Ai campi di concentramento, alla segregazione istituzionale e allo sfruttamento spinto fino alla semi-schiavitù, si accompagna uno stillicidio di aggressioni contro gli immigrati. Siamo ormai al tiro al bersaglio fomentato, legittimato, normalizzato. Difficilmente si potrebbe immaginare una più ignobile (quanto funzionale a padroni e governanti) parodia dello scontro di classe. È come se la rassegnazione e la sottomissione con cui un’ampia parte della società ha accettato tre decenni di attacchi capitalistici si raggrumasse nel rancore verso l’immigrato, delegando al ducetto di turno la 
maniera forte. Se nazionalismo e razzismo, vecchi ami avvelenati a cui sempre più sfruttati abboccano, non trovano in fretta decisi sbarramenti, infetteranno a lungo le anime morte prodotte da questa meravigliosa democrazia. Educati a pane e tolleranza verso l’intollerabile (tanto tutto è opinione, no?), eccoci qua. 

E noi? 
L’epoca che richiede alle minoranze ribelli quelle drastiche opzioni di cui parlava uno storico partigiano non è dietro, ma davanti a noi. È qui. Sta salendo giorno dopo giorno.
Nel periodo che va dal 10 al 20 ottobre, l’iniziativa, l’azione e la rabbia contro ciò e chi fomenta tutto questo potrebbe convergere nel tempo e diffondersi nello spazio. C’è bisogno di dare dei segnali, di darsi spunti e coraggio (nonché esprimere solidarietà ai processati per gli scontri del Brennero).


abbattere le frontiere  


26 agosto 2018

PASSAMONTAGNA – DAL 19 AL 23 SETTEMBRE 2018 Cinque giorni di lotta contro le frontiere

Cinque giorni per condividere riflessioni, esperienze e pratiche di lotta contro le frontiere e gli stati che ne necessitano.


Il dispositivo frontiera è molto più di una linea immaginaria.
È un sistema di controllo che seleziona e divide, che si apre e si chiude secondo le necessità economiche e politiche.
Un sistema che permette alle merci e ai capitali di transitare dove vogliono, e che blocca e respinge coloro che non sono considerati “utili”.
La frontiera è chiusa per gli indesiderati. Ma aperta per chi porta denaro così come per le merci.
Tra queste montagne chi non ha le carte “giuste” si ritrova rincorso dai gendarmi sui sentieri, buttato giù da treni e bus, impossibilitato a decidere liberamente dove e come vivere.
La violenza e la repressione dello Stato praticata alla frontiera è solo uno dei mezzi di intimidazione verso una sottomissione individuale e collettiva al sistema creato dal medesimo.

Questo campeggio nasce dalla volontà di condividere esperienze, pratiche, idee ed analisi tra coloro che hanno scelto di battersi per un mondo senza autoritarismi né frontiere.
In questo momento dove l’Europa è sempre più chiusa e controllata, dove le frontiere sono visibili in ogni retata, centro di detenzione, barca bloccata in mare, campo di lavoro, strumento di sorveglianza, dove i neofascisti si fanno sempre più presenti, sentiamo il bisogno di organizzarci e ragionare insieme.

È per questo che chiamiamo ad un campeggio di lotta qui alla frontiera franco-italiana.
Un campeggio che si vuole completamente auto-organizzato, per discutere insieme in maniera orizzontale e condividere pratiche di lotta, di organizzazione, ragionamenti e prospettive, e per continuare a combattere contro tutti i tentacoli del dispositivo frontiera.

Contro gli Stati e il sistema economico che le frontiere rinforzano e mantengono, ci troviamo al Colle del Monginevro dal 19 al 23 settembre, per cinque giorni di lotta, confronto e riflessioni. Il campeggio si svolgerà in due luoghi di frontiera.


01 giugno 2018

Brevi note sul corteo del 5 maggio a Milano contro l'ENI e prossimo appuntamento

Si ricorderà che, nelle prime assemblee per confrontarsi sulla solidarietà in vista dei futuri processi per la manifestazione al Brennero del 7 maggio 2016, si era proposto di declinare l'iniziativa contro le frontiere affrontando la questione degli accordi Italia-Libia e il ruolo dell'Eni. Dopo la giornata comune del 12 dicembre scorso, in cui in varie città ci sono state delle iniziative che collegavano la memoria della strage di piazza Fontana con le attuali stragi che lo Stato italiano compie in Libia e nel Mediterraneo, si era cominciato a ragionare su due giornate di mobilitazione a Milano, città dell'Eni. Arrivarci ha richiesto tempo e confronti. Dopo l'assemblea-convegno internazionalista del 21 aprile, a Milano, in cui si è spaziato dalla Libia alla Somalia, dalla Nigeria alle metropoli italiane, dalla logistica al TAP, al rapporto università-guerra, analizzando sia le politiche neo-coloniali (con i loro arsenali militari e giuridici) sia le pratiche di resistenza che incontrano, il 5 maggio si è svolto il corteo. Un corteo su chiare basi anticapitaliste e antistituzionali, un'iniziativa autonoma su temi su cui grava un complice silenzio generale. Lo scopo dichiarato era quello di una manifestazione «comunicativa». Spesso questo aggettivo è inteso per lo più in negativo, per sottrazione, come sinonimo di «tranquillo», cioè «senza scontri». Vedendola in prospettiva, come primo passaggio e non certo come punto di arrivo, volevamo invece dedicare molta attenzione a ciò che avremmo detto, come, e a chi. Per questo l'idea di partire dalla stazione centrale ("vetrina" della città, zona di grande passaggio, ma anche teatro di continue retate contro gli immigrati) per arrivare in un quartiere a forte presenza proletaria e immigrata come Imbonati. Un corteo senza musica, con interventi continui e in più lingue che riportassero in piazza i temi affrontati il 21 aprile. Usando un termine volutamente «antiquato», una serie di comizi itineranti. Per la città e il tema scelti, la Questura ha predisposto uno schieramento ingente di forze, con un elicottero che ha sorvolato su tutto il percorso del corteo. Per via del clima mediatico preparato nei giorni precedenti, un corteo di modeste proporzioni (circa 400 persone) ha avuto una singolare ripercussione su giornali e telegiornali nazionali. Digos e giornalisti di varie città erano presenti a grappoli, il che ha reso impegnativo tenerli lontani e ha imposto alle prime battute della manifestazione un clima da assedio. Quando, lungo il percorso, abbiamo incontrato i primi esseri umani, invece, l'assedio si è spezzato, e abbiamo trovato attorno a noi interesse e persino complicità (molta gente era decisamente più incazzata con la polizia ‒ la quale aveva chiuso intere vie ‒ che con i manifestanti). La curiosità delle persone ai lati si è trasformata in partecipazione attiva quando siamo arrivati in via Imbonati. Qui, in particolare dopo un intervento in arabo contro gli Stati, le guerre e le devastazioni che costringono centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le terre in cui sono nate e cresciute, il corteo si è ingrossato quantitativamente, ma soprattutto è diventato molto più contagioso. Sia per i contenuti (dalle guerre democratiche all'operazione "strade sicure", le donne sono spesso le prime a subire le conseguenze dell'ordine militare e patriarcale e ad organizzarsi per resistere e contrattaccare) sia per la preparazione collettiva di interventi, manifesti, slogan e scritte in più lingue, particolarmente significativo lo spezzone femminista, che ha dato una bella idea di come corteo «comunicativo» non voglia affatto dire «smorto».
L'assemblea del 21 aprile e il corteo del 5 maggio hanno coinvolto qualche centinaio di compagne e compagni, rimettendo al centro la guerra e la prospettiva internazionalista. Affinché questo piccolo – ma, ci pare, significativo e controcorrente – passaggio non rimanga chiuso in se stesso, l'iniziativa deve proseguire ora autonomamente nei diversi territori. Per fare un più attento “bilancio” (queste sono delle prime note, scritte da alcuni soltanto) delle due giornate milanesi e per ragionare su come continuare, ci incontreremo di nuovo.

Domenica 17 giugno, alle ore 10, 30
alla Panetteria occupata di via Conte rosso
a Milano

Invitiamo compagne e compagni indagati nel primo troncone del Brennero, cioè i 63 per cui è già stato chiesto il rinvio a giudizio, a venire perché ci sono alcune cose di cui discutere con una certa urgenza.

   
  





  

04 aprile 2018

Attacchiamo i padroni (prima gli italiani); Sabato 21 aprile: assemblea pubblica, Sabato 5 maggio: Corteo.


Attacchiamo i padroni (prima gli italiani)

Guerra all'esterno e militarizzazione della società segnano sempre di più il nostro presente. Per mantenere pacificate le “retrovie” mentre governi e multinazionali si lanciano nel saccheggio dell'Africa come prolungamento della loro concorrenza in Europa, i padroni soffiano sul vento razzista della guerra fra poveri. Vento che alimenta la proliferazione dei gruppi neofascisti, sempre più legittimati e protetti. 

Il governo italiano finanzia i campi di concentramento in Libia e le milizie che li gestiscono, l'ENI e le altre imprese di bandiera cercano di preservare e allargare i loro affari, ricorrendo a qualunque signoria della guerra locale, jihadisti compresi. Intanto il capitale locale, con l'individuazione di nuove sacche di gas, riapre scenari con Paesi direttamente coinvolti nella guerra di Siria, facendo presagire un ruolo ancor più incisivo della Turchia nel contenimento dei profughi, nonché di Israele come cane da guardia del Mediterraneo.
La manodopera di emigrati provenienti da terre depredate assicura un esercito di lavoratori e lavoratrici sotto ricatto e terrore, garantisce profitti a basso costo e rende possibile assoggettare anche i proletari indigeni a condizioni di vita sempre più precarie.

Il razzismo di Stato afferma apertamente che per salvare la democrazia bisogna rinchiudere i migranti a casa loro (eccezion fatta per quelli da selezionare per il capitalismo nostrano).  
Mentre la politica internazionale di rapina sversa anche qui i suoi prodotti, dallo sfruttamento alle devastazioni ambientali (vedi TAP), in Niger si allarga il conflitto sociale contro le missioni occidentali.

È sempre più urgente confrontarci sul tempo che fa, rilanciare la pratica della solidarietà internazionalista e schierarsi con le ragioni di chi lotta contro il colonialismo italiano.  

Per questo invitiamo tutte e tutti coloro che vogliono riaprire il conflitto sociale fuori e contro ogni compatibilità istituzionale, a due iniziative che si terranno a Milano.

Sabato 21 aprile: assemblea pubblica
ore 14,00
con interventi di analisi sulle "missioni" in Libia e in Niger e sulle loro ricadute qui, su alcune esperienze di resistenza in corso e su prospettive di lotta internazionale 

Sabato 5 maggio: Corteo
ore 15,00, davanti alla stazione centrale
contro l'ENI, le sue devastazioni e le sue guerre
Il corteo terminerà in via Imbonati angolo via Bovio
  






Attacchiamo i padroni (prima gli italiani) Assemblea pubblica Sabato 21 aprile, Ore 14,00 Milano

Guerra all'esterno e militarizzazione della società segnano sempre di più il nostro presente. Per mantenere pacificate le “retrovie” mentre governi e multinazionali si lanciano nel saccheggio dell'Africa come prolungamento della loro concorrenza in Europa, i padroni soffiano sul vento razzista della guerra fra poveri. Vento che alimenta la proliferazione dei gruppi neofascisti, sempre più legittimati e protetti. 

Il governo italiano finanzia i campi di concentramento in Libia e le milizie che li gestiscono, l'ENI e le altre imprese di bandiera cercano di preservare e allargare i loro affari, ricorrendo a qualunque signoria della guerra locale, jihadisti compresi. 
Questa assemblea pubblica vuole essere un'occasione per conoscere alcune resistenze al neocolonialismo, intrecciare le lotte, riprendere l'offensiva contro la guerra e le sue basi. «Gli italiani prima»? Sì, nel senso esattamente opposto a quello nazionalista. Nel senso di smascherare e attaccare innanzitutto i padroni di casa propria...  

Intervento introduttivo
Nicoletta Poidimani, Le dannate della guerra
Silvia Federici, I recinti alle terre e ai corpi delle donne. Sguardi sul neocolonialismo nel Delta del Niger 
Dai campi di concentramento in Libia alla metropoli 
“Quei black che fanno i bloc”. Esperienze di lotta nella logistica
Collectif Iskashato (Parigi), La pirateria somala e il suo contesto sociale
Valeria Poletti, Gli interventi economico-militari in Libia e in Niger. Il ruolo dell’ENI
I tentacoli dell’ENI in Italia. La lotta contro il TAP in Salento
Fronte Palestina (Milano), Il sistema Israele
Alcuni collettivi universitari, Università e guerra






06 marzo 2018

Resoconto dell’ultima assemblea su Eni, guerra, frontiere... e prossimo appuntamento.

Domenica 18 febbraio si è svolta, a Torino, la quinta “assemblea Brennero”, dedicata, come le due precedenti, a definire alcune iniziative a Milano contro l’intervento in Libia e in Niger e contro il ruolo dell’Eni. 
Ci si è soffermati su due aspetti: quelli di contenuto e quelli pratico-logistici.
Si è deciso di organizzare, per sabato 21 aprile, un’assemblea nazionale in una sala pubblica, nel corso della quale sviluppare delle analisi sul rapporto guerra esterna-guerra interna, neocolonialismo-frontiere, politica di rapina in Africa-filiera del petrolchimico in Italia, lotte locali-lotte internazionali. L’idea è quella di coinvolgere anche compagne e compagni di altri Paesi per inquadrare i problemi in un’ottica internazionale e internazionalista.
L’assemblea pubblica dovrebbe essere preceduta e preparata da occasioni di confronto in Università (sul rapporto guerra-ricerca, rispetto al quale alcuni collettivi si stanno muovendo in varie città) e di iniziative in strada. Il 5 maggio, invece, ci sarà un corteo che partirà dalla stazione centrale per concludersi in una piazza della zona Imbonati, dove allestire una mostra e articolare vari interventi-comizi sui diversi temi emersi il 21 aprile.
È stato scritto e condiviso un manifesto-appello per le giornate del 21 aprile e del 5 maggio. Si è ribadito che l’iniziativa a Milano ha senso soprattutto se avrà un suo respiro a seguire e se sarà preparata e proseguita da azioni e mobilitazioni nei vari territori.
L’ultima parte della discussione è stata dedicata alla questione del fascioleghismo.
L’esigenza emersa è quella di coordinarsi con le realtà più vicine e di riprendere a spostarsi quando i compagni di una città decidono di fare un certo tipo di chiamata. Se la base sociale dei gruppi reazionari non retrocederà senza lotte più ampie contro lo Stato e il capitale, la diffusione delle organizzazioni neofasciste va contrastata senza perder tempo, sul terreno dell’azione diretta. Quanto è successo nelle ultime settimane in diverse città dimostra che esiste una disponibilità a battersi e ad attaccare il dispositivo poliziesco schierato a protezione dei fascioleghisti. Se non è l’unica modalità su cui concentrarsi, si tratta comunque di un segnale importante di non-pacificazione. 
La prossima assemblea si terrà domenica 18 marzo, alle ore 11,00, al Boccaccio di Monza. In quell’occasione verranno definiti gli interventi all’assemblea-convegno del 21 aprile (da pubblicizzare anche con una locandina a se stante) e gli aspetti pratici del corteo del 5 maggio.

20 febbraio 2018

Di lato e di fronte, su due serate in Trentino contro il fascioleghismo.

Venerdì 9 febbraio a Trento e domenica 11 febbraio a Rovereto ci sono stati due cortei non autorizzati, il primo contro la commemorazione delle “vittime delle foibe” organizzata da Casapound e il secondo contro il comizio elettorale di Salvini. Crediamo valga la pena di raccontarli un po' nel dettaglio.
Il corteo di Trento è stato pubblicizzato con qualche giorno di anticipo, non appena si è saputa la data della presenza di Casapound. La settimana prima si è tenuto in città un incontro pubblico contro la falsificazione storica operata dal Giorno del Ricordo (selettivo), mentre si è deciso di incentrare la manifestazione del 9 febbraio sull'oggi, sui campi di concentramento in Libia, sul ruolo del governo Gentiloni-Minniti e dell'Eni, nonché sul diffondersi dei gruppi fascisti e del rancore razzista. Prima i fatti di Macerata con le relative prese di posizioni politiche, e poi la notizia dell'arrivo di Salvini a Rovereto, ci hanno spinto a lanciare, il venerdì stesso, un appuntamento in piazza anche per la domenica, e a pensare i due cortei come conseguenti.
A Trento, davanti a Sociologia, ci troviamo in un centinaio. Le recenti aggressioni neofasciste e soprattutto la sparatoria del fascioleghista Traini rendono gli animi carichi di rabbia e di volontà di vendetta (“L'antifascismo non è una sfilata, Macerata va vendicata” è uno degli slogan). Il corteo autodifeso raggiunge la piazza poco distante dal punto in cui si radunano una ventina di militanti di Fratelli d'Italia e in seguito una cinquantina di Casapound. La zona è blindata dalla Celere e dai carabinieri in antisommossa. Gli interventi e gli slogan dei compagni proseguono fino a quando la commemorazione finisce e i fascisti se ne vanno. È piuttosto chiaro che tale contestazione lascerebbe a tutte e tutti un sentimento di frustrazione, per il fossato tra gli slogan di battaglia e la realtà immediata.
Si riparte in corteo, mentre i reparti antisommossa rimangono in piazza a presidiare il nulla. Nel percorso viene bersagliata con uova di vernice la sede di Fratelli d'Italia. Poi il corteo passa, in pieno centro, accanto ad un negozio (il Funky), il cui titolare (Nicola Paolini) è un nazi che aveva accoltellato qualche anno prima un ragazzo antifascista ad Arco. Qualcuno pratica a mazzate un foro nella vetrina antisfondamento e qualcun altro vi inserisce il tubo di un estintore che viene poi azionato, provocando ingenti danni al negozio di abbigliamento, l'indomani chiuso e svuotato. Scritte sui muri spiegano il perché dell'azione, che viene assunta dal corteo (e anche nei giorni dopo, quando escono pubblicamente le responsabilità di Paolini). Urge dare una risposta ai fascisti, a chi li legittima e protegge, al sistema di cui sono i servitori. In varie altre città gli inviti alla calma non vengono raccolti. 
Con questo spirito, nonostante il preavviso risicato, si lancia l'appuntamento a Rovereto: Macerata va vendicata. Che questo spirito non sia solo quello dei compagni in senso stretto, lo si comprende, lo si sente. E infatti anche domenica sera, senza manifesti né grandi proclami, ma con intenti chiaramente affermati, ci troviamo di nuovo in un centinaio, con una composizione che riflette abbastanza bene la rete di solidarietà che le lotte hanno costruito negli anni.
In piazza si arriva alle 20,00 già con scudi, caschi e bastoni. Uno dei due striscioni dice: “Traini soldato di Salvini. La bomba sociale siete voi, basta buonismo lo diciamo noi”. La Questura probabilmente non si aspetta una contestazione di un certo tipo, infatti la Celere è presente in forze più ridotte rispetto al venerdì (una quarantina di agenti invece del centinaio abbondante di due giorni prima). Rimedia schierando un blindato di traverso e un altro verso i manifestanti. Siamo in corso Rosmini, sul viale principale di Rovereto. Si comincia con un elegante gesto atletico: un compagno strappa di corsa una bandiera a un
gruppetto di leghisti e torna con passo molleggiato nel corteo; a strappare l'infame drappo ci pensa una signora magrebina di passaggio. Un gruppetto di contestatori si sposta verso l'ingresso secondario della sala, il cui portone viene chiuso dalla polizia, perché non riuscirebbe a garantire l'accesso ai leghisti. Quando, poco dopo le 21,00, si capisce che dal lato opposto del viale rispetto a dove c'è il corteo sta arrivando Salvini, partiamo provando a sfondare il cordone della Celere. La carica parte violenta, aiutata dal blindato che avanza a lato dei poliziotti e rende ancora più problematica la già difficile tenuta degli scudi-striscioni. Persi questi ultimi, i cordoni dei compagni non riescono più a reggere, quindi retrocedono. La carica della Celere viene fermata prima dal getto di un estintore e poi, creatasi la giusta distanza, dal lancio di bottiglie, sassi e un paio di bombe carta. Il corteo
retrocede compatto e si assesta qualche decina di metri dopo, mentre qualcuno manda in frantumi i finestrini di due auto dei carabinieri e della polizia in borghese. Qualcuno comincia a disselciare il porfido; la Celere indossa le maschere antigas. Compaiono due grandi scritte: “Macerata terrorismo fascista. Vendetta” e “Salvini mandante di Traini”. Dopo un'altra mezz'ora di interventi (la compagna al megafono è un vero e proprio martello!), il corteo riparte e, vergate un po' di scritte sui muri, si scioglie in un'altra parte della città. Qualcuno vorrebbe continuare, mentre per altri “va bene così: si è fatto quello che si è detto”. Il corteo si conclude.
Mentre il patetico questore di Trento, in un'intervista a tutta pagina su “L'Adige”, invita “l'opinione pubblica” a isolare gli anarchici, attaccando espressamente la gente che ha lottato con noi in questi anni, facciamo alcune considerazioni.
La nostra capacità di reggere il corpo a corpo con la Celere è quella che è, ma domenica bisognava provarci con tutto il cuore. In tanti ci hanno detto che dietro le prime file non si sono mai sentiti in pericolo, e li ringraziamo per essere scesi in strada nonostante la paura (che non era la loro soltanto, perché gli eroi sono roba da film) e di essere rimasti fino alla fine. A chi pontifica da lontano dicendo che “non sono questi i metodi”, rispondiamo: “Trovatele voi le forme di protesta che vi soddisfano, ma fatelo; perché quando il razzismo apre il fuoco, ogni silenzio, ogni rinvio a una non meglio precisata “cultura” (che poi molto spesso è pura e semplice ignavia) è complicità”. Altri, che in strada c'erano, hanno
fatto notare che sarebbe stata una buona tattica quella di aspettare con un piccolo gruppo l'arrivo di Salvini anche oltre il cordone della Celere, di modo che un altro punto di contestazione facesse dividere la polizia. Con più tempo a disposizione e un altro po' di gente, avremmo potuto farlo. Magari alla prossima occasione...
Le posizioni razziste stanno dilagando nel sociale e i gruppi neofascisti ovviamente ne approfittano. La sinistra (anche “di movimento”) ha cercato in tutti i modi di disarmare le risposte di piazza alle aggressioni squadriste e alla tentata strage di Macerata. In vari, invece e per fortuna, hanno fatto l'esatto contrario: soffiare sulla rabbia.
Più si aspetta e più l'antifascismo democratico (di fatto complice con il razzismo di Stato targato PD) guadagnerà terreno. E poi... solo i morti viventi fanno calcoli quando la “linea di condotta” dovrebbe dettarla la rabbia.
Quando si vuole battersi, i mezzi si trovano. 
Se il fascioleghismo non si può sconfiggere solo nelle piazze (dove è ben protetto), ricominciare a disselciare la pacificazione sociale è
comunque fondamentale anche per tutto il resto. 
Più lo si fa, più si impara a farlo.

Compagne e compagni dal Trentino

24 gennaio 2018

Rompiamo il silenzio, incontro allo spazio anarchico "El tavan"


Contributi alla lotta contro le frontiere


Riceviamo e diffondiamo:

Lipsia, Germania – Attacco contro l’ufficio stranieri contro il razzismo strutturale e le prigioni per migranti in Libia

Lipsia (Leipzig), 18 dicembre 2017
Per l’odierna ‚giornata internazionale contro la guerra ax profughx‘ abbiamo attaccato l’ufficio stranieri a Lipsia come simbolo per il razzismo strutturale contro migranti. Abbiamo abbellito la facciata e lasciato alcune ammaccature ai vetri.
La Libia serve da usciera all’EU. Con degli accordi bilaterali il regime in loco ha ottenuto delle donazioni per impedire la migrazione verso l’Europa: cifre cospicue, materiali e contratti per la formazione della polizia e dei militari in scambio allo spostamento di fatto nel Nordafrica dei confini esterni europei. La schiavizzazione, lo stupro, la tortura, la tratta degli schiavi e gli assassinii, per esempio da parte della guardia costiera libica, sono tacitamente approvati e in parte attivamente sostenuti.
Attenendoci a una dichiarazione della Black Community Deutschland (Berlino, 25 novembre 2017) vogliamo affermare ed esigere:
-Condanniamo con il massimo rigore la schiavizzazione, lo stupro, l’omicidio, la tortura, la tratta degli schiavi e l’imprigionamento di migranti.
-Visto che agiscono su ordine dell’EU che nel quadro della propria politica razzista d’isolamento paga milioni ai governi e alle milizie nordafricane affinché impediscano ax profughx africanx di venire in Europa, gli Stati NATO ed EU come la repubblica federale tedesca, la Francia, l’Italia e l’Inghilterra sono causa e complici della schiavizzazione delle persone in Libia.
-Chiediamo l’eliminazione dei meccanismi razzisti di isolamento e d’intimidazione contro lx profughx e migranti sia a livello EU (come Frontex, l’accordo di Dublino, ecc.) sia nei rispettivi paesi EU.
-Qui si deve sottolineare che ogni forma attuale di schiavizzazione di gente di colore ricordano che la supremazia bianca ed egemonia occidentale si basa sul genocidio, sulla deportazione e schiavizzazione e sulle strutture coloniali e che i paesi occidentali non hanno ancora rivisto criticamente questa storia criminale. Ecco perché incitiamo i paesi occidentali ad assumersi la responsabilità del riconoscimento dei propri crimini contro la gente di colore africana e di tutto il mondo e del pagamento delle riparazioni e di risarcimento.
-Ci dichiariamo solidali con il miglioramento, l’intensificazione e l’accelerazione della lotta di liberazione totale e completa dell’Africa. Che deve succedere ad ogni livello: politico, economico, militare, istituzionale, culturale, scientifico, tecnologico, religioso, spirituale, ecc. Per questo dobbiamo uscire subito dai trattati, dalle strutture ed istituzioni bilaterali che ci mantengono prigionierx e ci consegnano irrimediabilmente ai nostri sfruttatori, schiavisti, stupratori ed oppressori.
La dichiarazione l’abbiamo in parte leggermente cambiata ed accorciata in alcune parti.
Originale: http://thevoiceforum.org/node/4420
Freedom of Movement!
Francia – La lotta contro la macchina delle espulsioni a processo
Mercoledì 31 gennaio 2018 alle 13.30, sette compagni andranno a processo a Parigi alla sedicesima camera del tribunale penale. Due sono accusati di aver “volontariamente rovinato o deteriorato dei locali della società Air France”. Un altro è accusato di “aver volontariamente rovinato o deteriorato dei locali della SNCF e della Bouygues Telecom”, e tutti sono accusati di aver rifiutato di consegnare il loro DNA e i loro dati (e quattro di loro sono in processo solo per questo).
Queste brevi ostili visite di una trentina di sconosciuti presso i locali dell’Air France alla Bastiglia poi quelli della SNCF a Jourdain sono avvenute in pieno giorno, il 17 marzo 2010, qualche ora dopo la condanna di 16 sans papiers ad alcuni anni di prigione per l’incendio del centro di detenzione a Vincennes. Queste azioni fanno parte di una lotta più ampia, quella contro la macchina che seleziona, reclude ed espelle gli indesiderabili, accompagnate in questi anni da ondate di sabotaggi contro una parte dei suoi numerosi ingranaggi. Poco meno di otto anni dopo i fatti gestiti dalla 36° sezione anti-terroristica di Quai de Orfevres, lo Stato non dimentica, e va bene, perché neanche noi!
La SNCF è ancora una zelante aiutante del Ministero dell’Interno a Ventimiglia come altrove, e la Bouygues si continua ad arricchire sull’isolamento e la reclusione; Air France continua la sua collaborazione con le deportazioni forzate e a volte assassine (l’ultimo morto è stato un algerino di 34 anni espulso sul volo Air France Copenaghen-Parigi lo scorso 22 novembre), gli indesiderabili “sans papiers” o “rifugiati” vengono ancora braccati, picchiati, umiliati ed espulsi tutti i giorni sotto i nostri occhi nelle strade di Parigi come a Calais, e il Mediterraneo è sempre pieno di cadaveri la cui colpa è quella di non avere un pezzo di carta.
Inoltre, lo Stato si prepara sin da ora a espellere in massa molti di coloro che grazie al proprio coraggio e determinazione negli ultimi anni sono riusciti a passare tra le maglie della rete. Il disegno di legge sull’immigrazione che verrà esaminato a partire da aprile, prevede il raddoppiamento del periodo di detenzione fino a 105 giorni (in caso di rifiuto dell’espulsione) grazie alla costruzione di 400 posti in più nei centri di detenzione per gli stranieri senza documenti (CRA) o fino a 24 ore di “detenzione amministrativa” in caso di controllo per strada o sui mezzi di trasporto per i possessori di una carta di soggiorno. Già dal 12 dicembre la circolare Collomb aveva dato il via alla creazione di una squadra mobile specializzata nello smistamento dei rifugiati all’interno delle strutture ricettive, aumentando la frequenza di voli speciali privati e charter per sostenere l’Air France.
Perché oltre le sette nuove persone che lo Stato ha deciso di rimandare faticosamente in tribunale dopo anni di istruttoria (altri tre sono già stati condannati nel giugno 2017 a 4 mesi con la sospensiva per “concorso in devastazione” in un’altra sezione delle indagini) è un’intera lotta a essere messa sotto processo: quella contro la macchina delle espulsioni che, dal 2006 al 2011, ha colpito centinaia di obbiettivi in modi diversi, dal fuoco al martello, il sabotaggio con l’acido o con la colla, senza contare le passeggiate selvagge, gli attacchinaggi, la distribuzione di volantini e altre iniziative in strada. Una lotta senza soggetto o centro politico, che propone a tutti l’auto-organizzazione senza mediazione e l’azione diretta e diffusa partendo da un punto specifico di conflittualità, una lotta in nome della “libertà per tutte e tutti, con o senza documenti”!
Quindi è anche questo modo di lottare e auto-organizzarsi nell’ambito della guerra sociale che verrà giudicato, un modo senza partiti o sindacati in cui ci mettiamo in gioco in prima persona per agire direttamente contro tutto ciò che ci opprime, dai confini alla detenzione, dal controllo sociale alle guerre tecnologiche, dallo sfruttamento a tutte le forme di controllo, un modo che oggi è importante più che mai per porre fine al vecchio mondo dell’autorità.
Nemici di tutte le frontiere

Stragi di stato, tratto da Comunella fastidiosa.noblogs


Tratto dal blog: Comunella Fastidiosa

In vista delle udienze di appello per gli arrestati durante la manifestazione del Brennero del 7 maggio 2016, invece di seguirne le scadenze con presenze davanti al tribunale di Bolzano, da un’assemblea allo spazio anarchico El Tavan di Trento si è deciso di proporre una giornata di iniziative nelle varie città per il 12 dicembre, anniversario della strage di piazza Fontana. Le stragi di Stato continuano: il Mediterraneo è un gigantesco cimitero.
 
L’idea è quella di intrecciare la solidarietà a imputati e indagati con la ripresa di un percorso contro le frontiere e il sistema che le impone e le protegge. In particolare, di ricordare quanto sta accedendo al largo delle coste e nel territorio della Libia, sulla natura assassina della politica del governo italiano e sul ruolo dell’ENI.
 
A Lecce, come contributo a quella giornata, è stato diffuso un manifesto durante il corteo No Tap dell’8 dicembre. Anche perché ENI, attraverso SAIPEM, è coinvolta nella realizzazione di una parte del gasdotto TAP.





10 gennaio 2018

Chi cerca di attraversare il Brennero continua a morire: bloccato treno OBB a Trento

Da quando, tre anni fa, sono incominciati i controlli serrati delle tre polizie (italiana, tedesca e austriaca) lungo l'asse del Brennero, sono state fermate circa tremila persone senza documenti, seicento solo nel 2017. Visti i controlli al viso realizzati nelle stazioni di Verona e di Bolzano (in particolare impedendo a chiunque avesse o abbia la pelle nera di salire sui treni internazionali OBB Verona-Monaco), diversi immigrati hanno tentato e tentano modi sempre più rischiosi per aggirare la polizia, camminando lungo la ferrovia o nascondendosi sui treni merci. Per questo motivo sei persone sono morte finora, o schiacciate dai treni oppure, come è successo a un ragazzo due settimane fa, folgorate dall'alta tensione sopra i vagoni merci. Senza contare quelli quasi morti assiderati nel tentativo di passare il valico del Brennero a piedi. Al Brennero non hanno costruito la barriera, ma l'ombra assassina di quel confine si proietta su un territorio molto più ampio.

Per questo, venerdì 5 gennaio, a Trento, un gruppo di compagni ha bloccato l'OBB per Monaco delle 17,59. Interventi al megafono, fumogeni e uno striscione sui binari con scritto: “Al Brennero e altrove, di confini si muore”. A proposito dell'ampia zona grigia di collaborazione con la macchina del controllo e delle espulsioni, va segnalato che il macchinista, infastidito dalla protesta, ha più volte cercato di coprire gli interventi al megafono con il segnale del treno. “Ma come faceva certa gente negli anni Trenta a...?”. Faceva così.

“No more campo di Marco”: protesta dei richiedenti asilo a Rovereto

Mercoledì 3 gennaio, a Marco di Rovereto, un centinaio di richiedenti asilo ha bloccato, dall'alba fino a mezzogiorno, l'ingresso del campo agli operatori della Croce Rossa e del Cinformi (l'organizzazione che lo gestisce per conto della Provincia), agli altri lavoratori e volontari. Da più di un anno e mezzo, questi ragazzi, provenienti in gran parte dall'Africa, sono ammassati in 230 nei container in attesa che la Commissione decida del loro futuro. Si chiama “prima accoglienza”.  Benché vi siano molte ragioni specifiche per questa protesta (sovraffollamento, freddo, penuria di acqua calda nelle docce, epidemia di influenza, collette per acquistare un'antenna tv mai arrivata...), nei discorsi e nei cartelli non si chiedeva una migliore gestione del campo (terreno su cui giornali e istituzioni hanno voluto ricondurre il blocco-picchetto), ma di non vivere lì: “No more campo di Marco”.
L'assessore provinciale PD alle politiche sociali Luca Zeni è riuscito a dire che la protesta era “difficilmente comprensibile” e che chi è ospitato non può pretendere “confort”. Se lui, come tanti razzisti più o meno beceri o più o meno ipocriti, vivesse un solo giorno in quei container, comprenderebbe. Eccome se comprenderebbe. 

Che indicazione pratica trarre da quel “No more” è invece la domanda che ci poniamo in quanto nemici delle frontiere e dei campi. 

Resoconto dell'assemblea di Monza e prossimo appuntamento su Libia, frontiere, ENI...



Domenica 17 dicembre si è tenuto a Monza il terzo appuntamento dell'assemblea nata per impostare la solidarietà alle compagne e ai compagni indagati per la manifestazione al Brennero. Prima di tutto si è fatto un breve resoconto delle iniziative svolte il 12 dicembre per collegare la memoria della strage di piazza Fontana alle stragi compiute oggi dallo Stato italiano contro chi cerca di fuggire dalla Libia. Anche se si è trattato per lo più di piccole iniziative, il dato positivo è che si siano svolte contemporaneamente in una decina di città, quanto meno per rompere l'assordante silenzio su ciò che il governo italiano e l'ENI stanno facendo in Africa (tra l'altro l'assemblea si è svolta proprio in una stazione di servizio dell'ENI dismessa e occupata pochi giorni prima). All'intervento in Libia si aggiunge ora quello in Niger, ancora una volta con il pretesto della “lotta ai trafficanti di uomini”. Un intervento militare – deciso in fretta e furia prima che finisse la legislatura, a riprova degli interessi in ballo – dal nome assai emblematico: “operazione saracinesca”. Riaffermato il ruolo del capitalismo italiano in Libia, ora si punta ai paesi confinanti a sud, facendo dell'ex colonia una prigione a cielo aperto.
Si è poi cominciato a confrontarsi sull'idea di fare un'iniziativa articolata in più momenti contro l'ENI a Milano. Siccome non capita spesso che così tanti compagni e compagne di varie città si trovino per organizzare qualcosa insieme, e visto l'interesse che si continua a dimostrare sui temi proposti, c'è bisogno di capire con calma e bene dove e come muoversi.
L'ultima parte dell'assemblea è stata dedicata a un aggiornamento e a un confronto sulla lotta contro il TAP (opera che non c'entra solo con la guerra in generale, ma anche con gli interessi dell'ENI in particolare), vista la presenza di diversi compagni leccesi. L'invito è quello di organizzare nelle diverse città, oltre alle varie iniziative del caso, anche degli incontri sulla lotta in corso in Salento.  


Il prossimo appuntamento sarà sempre a Monza, al Boccaccio, domenica 28 gennaio alle ore 11,00.   

07 gennaio 2018

Guerra in Libia? Parliamo di logistica






Non siamo soliti pubblicare comunicati di sigle sindacali (neanche di base). Questa volta facciamo un'eccezione.

Primo perché il picchetto di cui si parla è stata un'esperienza piuttosto significativa, almeno per il Trentino. A colpirci non è stata solo la determinazione dei facchini nel tenere il picchetto, ma il grado di coscienza e di solidarietà che emergeva dalle discussioni.

Secondo, per i contenuti e per lo “stile”. Non capita spesso che un sindacato di base (o un qualsiasi altro gruppo “militante”) parli di un episodio di lotta in cui è stato coinvolto senza mai nominare se stesso, dando importanza alle scelte dei lavoratori e basta. E ancor meno spesso capita di leggere che, “a prescindere dai risultati sindacali”, “è stato giusto colpire” (tra l'altro colpire non è in questo caso un verbo retorico, perché il picchetto ha provocato effettivamente centinaia di migliaia di euro di danni alla controparte). È uno “stile” che ci piace, risultato di anni di lotta. Quanto ai contenuti, ci sembra molto importante il collegamento fra la politica che il capitalismo conduce in Libia e gli schiavi che vuole sfruttare qui, nella logistica e non solo. Quelli rinchiusi e torturati e quelli messi al lavoro sono spesso gli stessi proletari.

Se nelle lotte a venire diventasse esplicito ciò che oggi è implicito (che opporsi allo sfruttamento e opporsi alla guerra sono la stessa cosa), allora per i padroni, per le loro frontiere, i loro lager e le loro merci comincerebbero i danni seri.

BARTOLINI DI ROVERETO:
IL DISGELO CONTINUA A PARLARE AFRICANO!
Dopo alcuni incontri preparatori gli operai decidono di passare all’attacco e organizzano lo sciopero per mettere fine ad una situazione diventata insostenibile:
- Livelli di inquadramento da apprendistato, o poco più
- Istituti contrattuali defraudati del 40%
- Contratti precari che imperversano
- Indennità di malattia tagliata
In poche parole, anche alla BRT, e nonostante gli accordi sindacali stabiliti col SI.Cobas, il copione musicale non è cambiato di molto: dove ci sono le cooperative, dove la manodopera non è di madrelingua italiana e dove l’opposizione si riduce a formali accordi sindacali, imperversa la solita vecchia legge dei padroni, quella dello sfruttamento operaio!
Una lezione che gli operai della BRT di Rovereto, dopo averla imparata sulla propria pelle, hanno tradotto in azione conseguente: abbandonando l’infruttuosa strada degli accordi sindacali, utili alle aziende per imporre la pace sociale e, quindi alla propria libertà di trasformare il salario e i diritti acquisiti in «concessioni democratiche» (ma si sa: le concessioni non sono altro che le briciole che cadono dai loro tavoli miliardari).
Una lezione che si è tradotta in un «passare all’azione», senza cercare alcuna elemosina legata a qualche trattativa e raccogliendo il prezioso sostegno di diverse decine di compagni di Rovereto a cui va tutto il nostro plauso per la coerenza con cui hanno tradotto i loro principi di classe e di lotta all'ingiustizia del capitale.
Lo sciopero, con blocco totale dei mezzi inizia alle 17,30 del 21 dicembre è proseguito, in un clima gelido, fino alle 22,30. 
Un clima gelido contrastato però dal calore della lotta che qui, come nella maggioranza delle situazioni combattive che si sono avvicendate nell’ultimo decennio nella logistica italiana, parla lingue e dialetti provenienti da oltre i confini meridionali del Mediterraneo. Provenienti cioè dalla vituperata e devastata Africa, oggetto di scorribande occidentali di ogni tipo, teatro di guerre utili alle multinazionali sia per gli interessi diretti (basti pensare all’italianissima ENI, unica azienda a non aver abbandonato la Libia, anzi ad averne fatto base di partenza per proseguire sulla strada della ulteriore nuova spartizione imperialista dell’Africa) sia per quelli che ne derivano dall’enorme esercito di riserva che, provenendo esattamente da quel continente, si trova costretto a fornire nuova schiavitù nelle metropoli occidentali che dirigono le operazioni.
A ben pensarci, l’enorme danno creato dallo sciopero di stasera, è ben poca cosa rispetto al business internazionali che si consuma almeno due volte sulla pelle dei proletari africani.
A ben pensarci, a prescindere dai risultati sindacali che ne conseguiranno, È STATO GIUSTO COLPIRE!
Seguono news.

SINDACATO OPERAI IN LOTTA - COBAS
21 dicembre 2017


Sulla collaborazione del governo svizzero con la Libia





L’11 dicembre Amnesty International ha pubblicato il rapporto Libia: un oscuro intreccio di collusione, denunciando la complicità dei governi europei (e della Svizzera) con le torture e le violenze contro decine di migliaia di migranti e rifugiate/i detenute in Libia.
Nello specifico, nel testo di presentazione che accompagna la pubblicazione del rapporto, si legge che la Svizzera collabora attivamente con le autorità libiche, nello specifico nell’ambito del Processo di Khartoum1 e del Gruppo di contatto per il Mediterraneo centrale (GCMC)2, che raggruppano degli Stati africani ed europei, particolarmente toccati dalle migrazioni che attraversano il Mediterraneo. L’ultimo incontro del Gruppo di contatto si è svolto a metà novembre a Berna, su invito della Svizzera. La Svizzera inoltre ha messo 1 milione di franchi a disposizione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), destinati alla formazione all’equipaggiamento delle guardie costiere libiche.
Nella scheda informativa pubblicata in vista dell’ultimo incontro del Gruppo di contatto del Mediterraneo centrale, il Dipartimento Federale di Giustizia e Polizia (DFGP) e la Segreteria di Stato della Migrazione (SEM) scrivono infatti che la Dichiarazione di intenti di questo ente è:
  1. Potenziare l’attività della Guardia costiera libica
  2. Ampliare le capacità di protezione dei migranti in Libia
  3. Monitorare il confine meridionale libico.
Subito dopo la SEM ed il DFGP comunicano che grazie alle misure subito messe in campo dal GCMC dall’inizio dell’anno, ad esempio, sono state salvate dall’annegamento più di 14 000 persone grazie al soccorso in mare della guardia costiera libica.
Una settimana dopo la pubblicazione di queste parole, un video che forniva l’ennesima conferma delle atrocità commesse dalla Guardia costiera libica nel suo sporco lavoro di impedire ai/alle migranti di lasciare vivi/e la Libia ha fatto il giro del mondo. Le immagini sono agghiaccianti: l’equipaggio sull’imbarcazione delle guardie costiere libiche, non solo non presta soccorso a decine di migranti su un gommone che sta affondando, ma addirittura fa di tutto per impedire che molti di essi/e si salvino. In quell’occasione sono morte annegate oltre 50 persone, e altre 50 sono state riportate nei campi di prigionia in Libia su un’imbarcazione donata dal governo italiano alla guardia costiera libica. Ecco per quanto riguarda la formazione e l’aiuto tecnico dei paesi europei e della Svizzera alle guardie costiere libiche…
Anche Amnesty International afferma senza esitare che: “Aiutando le autorità libiche a intrappolare le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze contro rifugiati e migranti o come minimo che riconoscano l’esistenza dei rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità: la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva”
Alla fine del suo rapporto però, la sezione svizzera di Amnesty International scrive che la recente decisione della consigliera federale Simonetta Sommaruga di accettare 80 rifugiati/e “vulnerabili” in provenienza dalla Libia sul suolo svizzero è un “gesto umanitario importante”. Dichiarazioni del genere da parte del governo elvetico sembrano invece delle abili mosse di public relation per rafforzare la facciata di neutralità umanitaria della Svizzera e della sua consigliera federale socialista a capo del DFGP. Come dire: accogliamone 80 che tanto al lavoro sporco di lasciarli affogare, alle torture ed agli stupri ci pensano i libici… Ma questo non stupisce.
Ricordiamo che la SEM e la ministra Sommaruga stanno mettendo in atto il Piano Settoriale Asilo, ossia la costruzione di una ventina di nuovi campi federali per persone migranti e rifugiate in Svizzera, al fine di applicare più efficacemente la velocizzazione delle procedure d’asilo e delle espulsioni. Come nei centri di “accoglienza” e vari bunker ora in funzione, il contatto delle persone migranti con l’esterno sarà fortemente limitato e controllato, aumentando ulteriormente l’isolamento e la stigmatizzazione. L’accesso sarà riservato unicamente ai/alle dipendenti delle aziende che vi lavoreranno, come le aziende si sicurezza (ad esempio la Securitas) o di assistenza (ad esempio l’ORS o la Croce Rossa) e alla polizia. Unica eccezione, un insieme di associazioni umanitarie e caritatevoli selezionate denominata “Piattaforma società civile nei centri della Conferderazione per richiedenti l’asilo”, di cui fa parte anche Amnesty International, per una gestione “swiss made” e democratica della pace sociale all’interno di questi lager di stato.
Per concludere, ricordiamo che in seguito ad una chiamata per una mobilitazione contro il summit del GCMC svoltosi a Berna lo scorso mese di novembre, si erano svolte diverse azioni contro obbiettivi legati alla politica migratoria e alle frontiere.
Approfondimenti:




fonte: frecciaspezzata.noblogs.org