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01 giugno 2018

Brevi note sul corteo del 5 maggio a Milano contro l'ENI e prossimo appuntamento

Si ricorderà che, nelle prime assemblee per confrontarsi sulla solidarietà in vista dei futuri processi per la manifestazione al Brennero del 7 maggio 2016, si era proposto di declinare l'iniziativa contro le frontiere affrontando la questione degli accordi Italia-Libia e il ruolo dell'Eni. Dopo la giornata comune del 12 dicembre scorso, in cui in varie città ci sono state delle iniziative che collegavano la memoria della strage di piazza Fontana con le attuali stragi che lo Stato italiano compie in Libia e nel Mediterraneo, si era cominciato a ragionare su due giornate di mobilitazione a Milano, città dell'Eni. Arrivarci ha richiesto tempo e confronti. Dopo l'assemblea-convegno internazionalista del 21 aprile, a Milano, in cui si è spaziato dalla Libia alla Somalia, dalla Nigeria alle metropoli italiane, dalla logistica al TAP, al rapporto università-guerra, analizzando sia le politiche neo-coloniali (con i loro arsenali militari e giuridici) sia le pratiche di resistenza che incontrano, il 5 maggio si è svolto il corteo. Un corteo su chiare basi anticapitaliste e antistituzionali, un'iniziativa autonoma su temi su cui grava un complice silenzio generale. Lo scopo dichiarato era quello di una manifestazione «comunicativa». Spesso questo aggettivo è inteso per lo più in negativo, per sottrazione, come sinonimo di «tranquillo», cioè «senza scontri». Vedendola in prospettiva, come primo passaggio e non certo come punto di arrivo, volevamo invece dedicare molta attenzione a ciò che avremmo detto, come, e a chi. Per questo l'idea di partire dalla stazione centrale ("vetrina" della città, zona di grande passaggio, ma anche teatro di continue retate contro gli immigrati) per arrivare in un quartiere a forte presenza proletaria e immigrata come Imbonati. Un corteo senza musica, con interventi continui e in più lingue che riportassero in piazza i temi affrontati il 21 aprile. Usando un termine volutamente «antiquato», una serie di comizi itineranti. Per la città e il tema scelti, la Questura ha predisposto uno schieramento ingente di forze, con un elicottero che ha sorvolato su tutto il percorso del corteo. Per via del clima mediatico preparato nei giorni precedenti, un corteo di modeste proporzioni (circa 400 persone) ha avuto una singolare ripercussione su giornali e telegiornali nazionali. Digos e giornalisti di varie città erano presenti a grappoli, il che ha reso impegnativo tenerli lontani e ha imposto alle prime battute della manifestazione un clima da assedio. Quando, lungo il percorso, abbiamo incontrato i primi esseri umani, invece, l'assedio si è spezzato, e abbiamo trovato attorno a noi interesse e persino complicità (molta gente era decisamente più incazzata con la polizia ‒ la quale aveva chiuso intere vie ‒ che con i manifestanti). La curiosità delle persone ai lati si è trasformata in partecipazione attiva quando siamo arrivati in via Imbonati. Qui, in particolare dopo un intervento in arabo contro gli Stati, le guerre e le devastazioni che costringono centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le terre in cui sono nate e cresciute, il corteo si è ingrossato quantitativamente, ma soprattutto è diventato molto più contagioso. Sia per i contenuti (dalle guerre democratiche all'operazione "strade sicure", le donne sono spesso le prime a subire le conseguenze dell'ordine militare e patriarcale e ad organizzarsi per resistere e contrattaccare) sia per la preparazione collettiva di interventi, manifesti, slogan e scritte in più lingue, particolarmente significativo lo spezzone femminista, che ha dato una bella idea di come corteo «comunicativo» non voglia affatto dire «smorto».
L'assemblea del 21 aprile e il corteo del 5 maggio hanno coinvolto qualche centinaio di compagne e compagni, rimettendo al centro la guerra e la prospettiva internazionalista. Affinché questo piccolo – ma, ci pare, significativo e controcorrente – passaggio non rimanga chiuso in se stesso, l'iniziativa deve proseguire ora autonomamente nei diversi territori. Per fare un più attento “bilancio” (queste sono delle prime note, scritte da alcuni soltanto) delle due giornate milanesi e per ragionare su come continuare, ci incontreremo di nuovo.

Domenica 17 giugno, alle ore 10, 30
alla Panetteria occupata di via Conte rosso
a Milano

Invitiamo compagne e compagni indagati nel primo troncone del Brennero, cioè i 63 per cui è già stato chiesto il rinvio a giudizio, a venire perché ci sono alcune cose di cui discutere con una certa urgenza.

   
  





  

04 aprile 2018

Attacchiamo i padroni (prima gli italiani); Sabato 21 aprile: assemblea pubblica, Sabato 5 maggio: Corteo.


Attacchiamo i padroni (prima gli italiani)

Guerra all'esterno e militarizzazione della società segnano sempre di più il nostro presente. Per mantenere pacificate le “retrovie” mentre governi e multinazionali si lanciano nel saccheggio dell'Africa come prolungamento della loro concorrenza in Europa, i padroni soffiano sul vento razzista della guerra fra poveri. Vento che alimenta la proliferazione dei gruppi neofascisti, sempre più legittimati e protetti. 

Il governo italiano finanzia i campi di concentramento in Libia e le milizie che li gestiscono, l'ENI e le altre imprese di bandiera cercano di preservare e allargare i loro affari, ricorrendo a qualunque signoria della guerra locale, jihadisti compresi. Intanto il capitale locale, con l'individuazione di nuove sacche di gas, riapre scenari con Paesi direttamente coinvolti nella guerra di Siria, facendo presagire un ruolo ancor più incisivo della Turchia nel contenimento dei profughi, nonché di Israele come cane da guardia del Mediterraneo.
La manodopera di emigrati provenienti da terre depredate assicura un esercito di lavoratori e lavoratrici sotto ricatto e terrore, garantisce profitti a basso costo e rende possibile assoggettare anche i proletari indigeni a condizioni di vita sempre più precarie.

Il razzismo di Stato afferma apertamente che per salvare la democrazia bisogna rinchiudere i migranti a casa loro (eccezion fatta per quelli da selezionare per il capitalismo nostrano).  
Mentre la politica internazionale di rapina sversa anche qui i suoi prodotti, dallo sfruttamento alle devastazioni ambientali (vedi TAP), in Niger si allarga il conflitto sociale contro le missioni occidentali.

È sempre più urgente confrontarci sul tempo che fa, rilanciare la pratica della solidarietà internazionalista e schierarsi con le ragioni di chi lotta contro il colonialismo italiano.  

Per questo invitiamo tutte e tutti coloro che vogliono riaprire il conflitto sociale fuori e contro ogni compatibilità istituzionale, a due iniziative che si terranno a Milano.

Sabato 21 aprile: assemblea pubblica
ore 14,00
con interventi di analisi sulle "missioni" in Libia e in Niger e sulle loro ricadute qui, su alcune esperienze di resistenza in corso e su prospettive di lotta internazionale 

Sabato 5 maggio: Corteo
ore 15,00, davanti alla stazione centrale
contro l'ENI, le sue devastazioni e le sue guerre
Il corteo terminerà in via Imbonati angolo via Bovio
  






Attacchiamo i padroni (prima gli italiani) Assemblea pubblica Sabato 21 aprile, Ore 14,00 Milano

Guerra all'esterno e militarizzazione della società segnano sempre di più il nostro presente. Per mantenere pacificate le “retrovie” mentre governi e multinazionali si lanciano nel saccheggio dell'Africa come prolungamento della loro concorrenza in Europa, i padroni soffiano sul vento razzista della guerra fra poveri. Vento che alimenta la proliferazione dei gruppi neofascisti, sempre più legittimati e protetti. 

Il governo italiano finanzia i campi di concentramento in Libia e le milizie che li gestiscono, l'ENI e le altre imprese di bandiera cercano di preservare e allargare i loro affari, ricorrendo a qualunque signoria della guerra locale, jihadisti compresi. 
Questa assemblea pubblica vuole essere un'occasione per conoscere alcune resistenze al neocolonialismo, intrecciare le lotte, riprendere l'offensiva contro la guerra e le sue basi. «Gli italiani prima»? Sì, nel senso esattamente opposto a quello nazionalista. Nel senso di smascherare e attaccare innanzitutto i padroni di casa propria...  

Intervento introduttivo
Nicoletta Poidimani, Le dannate della guerra
Silvia Federici, I recinti alle terre e ai corpi delle donne. Sguardi sul neocolonialismo nel Delta del Niger 
Dai campi di concentramento in Libia alla metropoli 
“Quei black che fanno i bloc”. Esperienze di lotta nella logistica
Collectif Iskashato (Parigi), La pirateria somala e il suo contesto sociale
Valeria Poletti, Gli interventi economico-militari in Libia e in Niger. Il ruolo dell’ENI
I tentacoli dell’ENI in Italia. La lotta contro il TAP in Salento
Fronte Palestina (Milano), Il sistema Israele
Alcuni collettivi universitari, Università e guerra






06 marzo 2018

Resoconto dell’ultima assemblea su Eni, guerra, frontiere... e prossimo appuntamento.

Domenica 18 febbraio si è svolta, a Torino, la quinta “assemblea Brennero”, dedicata, come le due precedenti, a definire alcune iniziative a Milano contro l’intervento in Libia e in Niger e contro il ruolo dell’Eni. 
Ci si è soffermati su due aspetti: quelli di contenuto e quelli pratico-logistici.
Si è deciso di organizzare, per sabato 21 aprile, un’assemblea nazionale in una sala pubblica, nel corso della quale sviluppare delle analisi sul rapporto guerra esterna-guerra interna, neocolonialismo-frontiere, politica di rapina in Africa-filiera del petrolchimico in Italia, lotte locali-lotte internazionali. L’idea è quella di coinvolgere anche compagne e compagni di altri Paesi per inquadrare i problemi in un’ottica internazionale e internazionalista.
L’assemblea pubblica dovrebbe essere preceduta e preparata da occasioni di confronto in Università (sul rapporto guerra-ricerca, rispetto al quale alcuni collettivi si stanno muovendo in varie città) e di iniziative in strada. Il 5 maggio, invece, ci sarà un corteo che partirà dalla stazione centrale per concludersi in una piazza della zona Imbonati, dove allestire una mostra e articolare vari interventi-comizi sui diversi temi emersi il 21 aprile.
È stato scritto e condiviso un manifesto-appello per le giornate del 21 aprile e del 5 maggio. Si è ribadito che l’iniziativa a Milano ha senso soprattutto se avrà un suo respiro a seguire e se sarà preparata e proseguita da azioni e mobilitazioni nei vari territori.
L’ultima parte della discussione è stata dedicata alla questione del fascioleghismo.
L’esigenza emersa è quella di coordinarsi con le realtà più vicine e di riprendere a spostarsi quando i compagni di una città decidono di fare un certo tipo di chiamata. Se la base sociale dei gruppi reazionari non retrocederà senza lotte più ampie contro lo Stato e il capitale, la diffusione delle organizzazioni neofasciste va contrastata senza perder tempo, sul terreno dell’azione diretta. Quanto è successo nelle ultime settimane in diverse città dimostra che esiste una disponibilità a battersi e ad attaccare il dispositivo poliziesco schierato a protezione dei fascioleghisti. Se non è l’unica modalità su cui concentrarsi, si tratta comunque di un segnale importante di non-pacificazione. 
La prossima assemblea si terrà domenica 18 marzo, alle ore 11,00, al Boccaccio di Monza. In quell’occasione verranno definiti gli interventi all’assemblea-convegno del 21 aprile (da pubblicizzare anche con una locandina a se stante) e gli aspetti pratici del corteo del 5 maggio.

20 febbraio 2018

Di lato e di fronte, su due serate in Trentino contro il fascioleghismo.

Venerdì 9 febbraio a Trento e domenica 11 febbraio a Rovereto ci sono stati due cortei non autorizzati, il primo contro la commemorazione delle “vittime delle foibe” organizzata da Casapound e il secondo contro il comizio elettorale di Salvini. Crediamo valga la pena di raccontarli un po' nel dettaglio.
Il corteo di Trento è stato pubblicizzato con qualche giorno di anticipo, non appena si è saputa la data della presenza di Casapound. La settimana prima si è tenuto in città un incontro pubblico contro la falsificazione storica operata dal Giorno del Ricordo (selettivo), mentre si è deciso di incentrare la manifestazione del 9 febbraio sull'oggi, sui campi di concentramento in Libia, sul ruolo del governo Gentiloni-Minniti e dell'Eni, nonché sul diffondersi dei gruppi fascisti e del rancore razzista. Prima i fatti di Macerata con le relative prese di posizioni politiche, e poi la notizia dell'arrivo di Salvini a Rovereto, ci hanno spinto a lanciare, il venerdì stesso, un appuntamento in piazza anche per la domenica, e a pensare i due cortei come conseguenti.
A Trento, davanti a Sociologia, ci troviamo in un centinaio. Le recenti aggressioni neofasciste e soprattutto la sparatoria del fascioleghista Traini rendono gli animi carichi di rabbia e di volontà di vendetta (“L'antifascismo non è una sfilata, Macerata va vendicata” è uno degli slogan). Il corteo autodifeso raggiunge la piazza poco distante dal punto in cui si radunano una ventina di militanti di Fratelli d'Italia e in seguito una cinquantina di Casapound. La zona è blindata dalla Celere e dai carabinieri in antisommossa. Gli interventi e gli slogan dei compagni proseguono fino a quando la commemorazione finisce e i fascisti se ne vanno. È piuttosto chiaro che tale contestazione lascerebbe a tutte e tutti un sentimento di frustrazione, per il fossato tra gli slogan di battaglia e la realtà immediata.
Si riparte in corteo, mentre i reparti antisommossa rimangono in piazza a presidiare il nulla. Nel percorso viene bersagliata con uova di vernice la sede di Fratelli d'Italia. Poi il corteo passa, in pieno centro, accanto ad un negozio (il Funky), il cui titolare (Nicola Paolini) è un nazi che aveva accoltellato qualche anno prima un ragazzo antifascista ad Arco. Qualcuno pratica a mazzate un foro nella vetrina antisfondamento e qualcun altro vi inserisce il tubo di un estintore che viene poi azionato, provocando ingenti danni al negozio di abbigliamento, l'indomani chiuso e svuotato. Scritte sui muri spiegano il perché dell'azione, che viene assunta dal corteo (e anche nei giorni dopo, quando escono pubblicamente le responsabilità di Paolini). Urge dare una risposta ai fascisti, a chi li legittima e protegge, al sistema di cui sono i servitori. In varie altre città gli inviti alla calma non vengono raccolti. 
Con questo spirito, nonostante il preavviso risicato, si lancia l'appuntamento a Rovereto: Macerata va vendicata. Che questo spirito non sia solo quello dei compagni in senso stretto, lo si comprende, lo si sente. E infatti anche domenica sera, senza manifesti né grandi proclami, ma con intenti chiaramente affermati, ci troviamo di nuovo in un centinaio, con una composizione che riflette abbastanza bene la rete di solidarietà che le lotte hanno costruito negli anni.
In piazza si arriva alle 20,00 già con scudi, caschi e bastoni. Uno dei due striscioni dice: “Traini soldato di Salvini. La bomba sociale siete voi, basta buonismo lo diciamo noi”. La Questura probabilmente non si aspetta una contestazione di un certo tipo, infatti la Celere è presente in forze più ridotte rispetto al venerdì (una quarantina di agenti invece del centinaio abbondante di due giorni prima). Rimedia schierando un blindato di traverso e un altro verso i manifestanti. Siamo in corso Rosmini, sul viale principale di Rovereto. Si comincia con un elegante gesto atletico: un compagno strappa di corsa una bandiera a un
gruppetto di leghisti e torna con passo molleggiato nel corteo; a strappare l'infame drappo ci pensa una signora magrebina di passaggio. Un gruppetto di contestatori si sposta verso l'ingresso secondario della sala, il cui portone viene chiuso dalla polizia, perché non riuscirebbe a garantire l'accesso ai leghisti. Quando, poco dopo le 21,00, si capisce che dal lato opposto del viale rispetto a dove c'è il corteo sta arrivando Salvini, partiamo provando a sfondare il cordone della Celere. La carica parte violenta, aiutata dal blindato che avanza a lato dei poliziotti e rende ancora più problematica la già difficile tenuta degli scudi-striscioni. Persi questi ultimi, i cordoni dei compagni non riescono più a reggere, quindi retrocedono. La carica della Celere viene fermata prima dal getto di un estintore e poi, creatasi la giusta distanza, dal lancio di bottiglie, sassi e un paio di bombe carta. Il corteo
retrocede compatto e si assesta qualche decina di metri dopo, mentre qualcuno manda in frantumi i finestrini di due auto dei carabinieri e della polizia in borghese. Qualcuno comincia a disselciare il porfido; la Celere indossa le maschere antigas. Compaiono due grandi scritte: “Macerata terrorismo fascista. Vendetta” e “Salvini mandante di Traini”. Dopo un'altra mezz'ora di interventi (la compagna al megafono è un vero e proprio martello!), il corteo riparte e, vergate un po' di scritte sui muri, si scioglie in un'altra parte della città. Qualcuno vorrebbe continuare, mentre per altri “va bene così: si è fatto quello che si è detto”. Il corteo si conclude.
Mentre il patetico questore di Trento, in un'intervista a tutta pagina su “L'Adige”, invita “l'opinione pubblica” a isolare gli anarchici, attaccando espressamente la gente che ha lottato con noi in questi anni, facciamo alcune considerazioni.
La nostra capacità di reggere il corpo a corpo con la Celere è quella che è, ma domenica bisognava provarci con tutto il cuore. In tanti ci hanno detto che dietro le prime file non si sono mai sentiti in pericolo, e li ringraziamo per essere scesi in strada nonostante la paura (che non era la loro soltanto, perché gli eroi sono roba da film) e di essere rimasti fino alla fine. A chi pontifica da lontano dicendo che “non sono questi i metodi”, rispondiamo: “Trovatele voi le forme di protesta che vi soddisfano, ma fatelo; perché quando il razzismo apre il fuoco, ogni silenzio, ogni rinvio a una non meglio precisata “cultura” (che poi molto spesso è pura e semplice ignavia) è complicità”. Altri, che in strada c'erano, hanno
fatto notare che sarebbe stata una buona tattica quella di aspettare con un piccolo gruppo l'arrivo di Salvini anche oltre il cordone della Celere, di modo che un altro punto di contestazione facesse dividere la polizia. Con più tempo a disposizione e un altro po' di gente, avremmo potuto farlo. Magari alla prossima occasione...
Le posizioni razziste stanno dilagando nel sociale e i gruppi neofascisti ovviamente ne approfittano. La sinistra (anche “di movimento”) ha cercato in tutti i modi di disarmare le risposte di piazza alle aggressioni squadriste e alla tentata strage di Macerata. In vari, invece e per fortuna, hanno fatto l'esatto contrario: soffiare sulla rabbia.
Più si aspetta e più l'antifascismo democratico (di fatto complice con il razzismo di Stato targato PD) guadagnerà terreno. E poi... solo i morti viventi fanno calcoli quando la “linea di condotta” dovrebbe dettarla la rabbia.
Quando si vuole battersi, i mezzi si trovano. 
Se il fascioleghismo non si può sconfiggere solo nelle piazze (dove è ben protetto), ricominciare a disselciare la pacificazione sociale è
comunque fondamentale anche per tutto il resto. 
Più lo si fa, più si impara a farlo.

Compagne e compagni dal Trentino