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30 gennaio 2024

Udienza in Cassazione il 5 marzo

Confermata la data dell'udienza in Cassazione per il processo del Brennero: si terrà il 5 marzo alle 10. Dato il numero di ricorrenti non abbiamo la certezza che la decisione verrà presa il giorno stesso. Per aggiornamenti consultare questo blog o scrivere a cassasolidarietabrennero@riseup.net

23 gennaio 2024

Capodanno di fronte al centro di deportazione di Glückstadt, interventi e striscioni in solidarietà agli imputati e alle imputate del Brennero [EN]


Freedom, Hourrya, Libertad! - 120 people against the Glückstadt
deportation-prison and in solidarity with the detained on new years eve

On the New Year's Eve, over a hundred people came together in Glückstadt
(north of Germany) infront of the deportation-prison which is working
for the regions of Schleswig-Holstein, Hamburg und
Mecklenburg-Vorpommern. They shouted slogans against the  jail and sent
solidarity to the prisoners.
The speeches could be heard in jail, some prisoners contacted via phone
and greeted the demonstrators back. There were many banners against the
prison, the borders and as a gesture of international solidarity a
banner was calling for solidarity with the accused of the Brenner-Pass
in Italy 2016.

Freedom for all prisoners!
Against the world of borders and states!

18 aprile 2019

Processo del Brennero, videoconferenza e altre cose

Oggi si è tenuta al Bolzano l’udienza filtro per la manifestazione del 2016 al Brennero. Partiamo da una fotografia. Di fronte al tribunale c’è un gigantesco monumento fascista al quale la Provincia di Bolzano – soprattutto su pressione degli autonomisti sudtirolesi – ha fatto giustapporre una frase di Hannah Arendt: “Nessuno ha il diritto di obbedire”. Sotto la scritta, c’erano blindati della Celere e dei carabinieri e un tank dell’esercito (nonostante a Bolzano non ci sia “strade sicure”, i militari stazionavano nella piazza da un mese appositamente per il processo). E poi parcheggi rimossi, furgoni e auto di polizia e carabinieri ovunque a chiudere la zona del tribunale.
Gli imputati in carcere non erano presenti al processo perché gli è stata imposta la videoconferenza, su disposizione del DAP e su richiesta del presidente del tribunale. In una decina di imputati a piede libero (o ai domiciliari) siamo entrati in aula. Indossando in diversi delle magliette con scritto “No videoconferenza” abbiamo interrotto l’udienza in solidarietà con i compagni arrestati urlando “terrorista è lo Stato”. Al giudice che diceva: “La videoconferenza è prevista dalla normativa”, un compagno ha riposto: “Anche i campi di concentramento nazisti erano previsti dalla normativa. Voi continuate a obbedire, alla faccia della frase di Hannah Arendt qui di fronte. I terroristi siete voi”.
Qualche imputato in carcere ha rifiutato la videoconferenza. Altri l’hanno usata per esporre dei cartelli e denunciare questa misura di ulteriore isolamento. Agnese ne ha approfittato per dire che la sezione dell’Aquila in cui sono rinchiuse è una tomba e per far sapere che stanno subendo il blocco totale della posta.
L’impronta del 41 bis – all’Aquila e a Tolmezzo – si estende al resto del carcere. Un carcere di guerra.
Dobbiamo fare una battaglia anche contro tutto ciò.
Apprendiamo dai giornali che il pomeriggio stesso dell’udienza un treno è stato bloccato a Trento da un gruppo di “incappucciati”: striscione in solidarietà con gli arrestati e gli imputati del Brennero e e catene sui binari. Causati 90 minuti di ritardi ferroviari.
Di seguito il volantino distribuito da imputati e altri compagni fuori dal tribunale.

Quando il “mostro” non si deve neanche vedere…

Come se non bastassero il carcere speciale, i continui trasferimenti e il blocco della posta, ora ai nostri compagni arrestati il 19 febbraio si vuole persino impedire di essere presenti ai processi nei quali sono imputati, come quello di oggi per la manifestazione del 2016 contro le frontiere al Brennero. In che modo? Con la videoconferenza (l’imputato “partecipa” al processo da una saletta del carcere in cui è detenuto). Inizialmente prevista per i detenuti accusati di “associazione mafiosa” e sottoposti al 41 bis (una sorta di tortura legalizzata), dal 2002 questa misura processuale può essere applicata anche a chi è accusato di “terrorismo”. Non bastava. Dal 2014 può essere estesa a tutti i detenuti ritenuti “pericolosi”. Non basta. A richiederla può essere anche un giudice per “ragioni di sicurezza e di ordine pubblico”, indipendentemente dai reati contestati durante il processo. Lo scopo dichiarato è risparmiare sui costi per le traduzioni dei detenuti (se così fosse basterebbe spostare i detenuti nelle carceri più vicine ai tribunali dove si svolgono i processi), quello reale è isolarli dalla solidarietà, ostacolare la loro difesa, toglier loro la parola: provare ad annientarli.
Con la videoconferenza un imputato non può più vedere e salutare i propri compagni in aula (un’occasione che un carcerato aspetta sempre con emozione), non può parlare in privato con il proprio avvocato durante il processo, non può fare dichiarazioni spontanee perché solo il giudice può stabilire e interrompere il collegamento audio e video. Non vede tutta l’aula e la sua immagine arriva in differita. Si tratta di una deprivazione tecnologicamente equipaggiata.
Fuori dall’ambito del 41 bis, la videoconferenza è stata applicata nel 2014 ai compagni in carcere per un attacco al cantiere del TAV in Valsusa (nella sentenza contro di loro è poi caduta l’accusa di “terrorismo”) e in seguito ad altri anarchici. Facciamo notare che il Riesame di Trento, il 14 marzo scorso, ha fatto cadere le “finalità di terrorismo” contro i sette compagni arrestati il 19 febbraio. Eppure, come successo in altri casi e come sta succedendo anche ad altri compagni, rimangono ancora in carcere speciale (Alta Sorveglianza 2, regime istituito formalmente per gli accusati di “terrorismo”), ed ora li si vuole privare persino della possibilità di presenziare ai processi.
Come ha dichiarato un’avvocatessa: «Ma che tipo di processo pubblico si può fare se manca addirittura l’accusato? Neanche l’Inquisizione si sognò mai di fare una cosa del genere».
Qui non si tratta solo dei nostri compagni. Questa è una prassi di guerra, volta all’annientamento di ogni dissenso reale.
Gli imputati devono poter presenziare ai processi!
Non possiamo accettare in silenzio questo ennesimo attacco alle lotte e alla solidarietà!
Sasha, Agnese, Rupert, Stecco, Giulio, Poza e Nico liberi!
Terrorista è lo Stato!

28 febbraio 2019

CHE SI SAPPIA - Comunicato dal trentino


Durante la maxi-operazione anti anarchica del 19 febbraio e nei giorni successivi sono accadute alcune cose che, fuori da ogni piagnisteo o vittimismo, è importante rendere pubbliche.
Nel corso delle perquisizioni di martedì scorso, uno dei compagni arrestati è stato fatto inginocchiare da un carabiniere o poliziotto che gli ha puntato la pistola alla tempia. 
Durante un'altra perquisizione, degli agenti hanno cercato di entrare in cantina prima di svegliare i compagni in casa, lamentandosi poi di nascosto di non essere riusciti a nascondere ciò che volevano nascondere. 
A perquisizione già finita, con una compagna arrestata e i compagni ancora in commissariato, agenti in borghese vengono trovati ancora in casa dei perquisiti da altri compagni rilasciati un po' prima. Anche la porta dello spazio anarchico El tavan, chiusa dai compagni a fine perquisizione, viene trovata aperta un'ora dopo. In concomitanza con l'assemblea pubblica in solidarietà agli arrestati la casa di bosco di civezzano -dove viveva, oltre ai compagni arrestati, un altro compagno - è stata posta sotto sequestro giudiziario. Di conseguenza Digos e ros possono entrare e uscire senza alcun controllo.
Sempre venerdì 22 febbraio, un'altra casa è stata perquisita senza che nessun compagno fosse presente.
Alcuni proprietari delle case dove vivono alcuni indagati sono stati minacciati da Digos e ros al fine di sfrattare i compagni. 
A buon intenditor poche parole. 


25 febbraio 2019

Anarchiche e anarchici di Trento e Rovereto. 

12 dicembre 2018

DUE INCONTRI CONTRO LE FRONTIERE E IL LORO MONDO ALLO SPAZIO ANARCHICO EL TAVAN - TRENTO

Martedì 11 dicembre
CONTRO IL DECRETO SICUREZZA 

Il decreto Salvini è un atto di guerra verso tutti gli sfruttati. Lo Stato ed i padroni Italiani, mentre soffiano sul fuoco della guerra fra poveri, rendono tutti più ricattabili, trasformano con un tratto di penna migliaia di persone in "clandestini", rafforzano il circuito di detenzione amministrativa per gli stranieri, affinano gli strumenti di repressione delle lotte (quattro anni di carcere per un'occupazione, dodici per un blocco stradale) e, con la propagandata "difesa delle frontiere", espandono i loro interessi coloniali sulla sponda africana e nel Mediterraneo. Un incontro per ragionare assieme sul decreto sicurezza appena approvato e sui modi per contrastarlo.

Mercoledì 19 dicembre 
Presentazione di "TRAME: SFILARE IL TESSUTO DEL MILITARISMO"


Un opuscolo di analisi del territorio vicentino come un "fronte di guerra", da cui la guerra viene diretta, coordinata, monitorata, insegnata, grazie a siti militari, istituti di formazione del personale di polizia, esercitazioni, addestramenti internazionali, industria bellica. Quelli che viviamo sono innanzitutto tempi di guerra, e la guerra ai diseredati di tutto il mondo viene preparata (anche) vicino a noi. La migliore solidarietà a chi approda sulle "nostre" coste scappando dalle guerre dell'occidente è attaccare il militarismo di casa nostra.

Gli incontri inizieranno alle 20.30
allo spazio anarchico El Tavan (via dei Muredei 34/3 Trento).


06 novembre 2018

SI FERMI IL TEMPO DELLA SOTTOMISSIONE

Riceviamo e diffondiamo volantino, a cura de "Il grimaldello", distribuito alla manifestazione antirazzista del 21 ottobre a Genova:

SI FERMI IL TEMPO DELLA SOTTOMISSIONE

Genova, aprile 2017. Philippe, ragazzo minorenne quasi cieco, scappato dalla guerra civile in Costa D’Avorio, dove ha perso tutta la famiglia, viene massacrato di botte da 4 poliziotti, colpito da spray urticante e arrestato. Era appena sfuggito all’aggressione di due ubriachi italiani, ma si sa: se qualcuno chiama la polizia e c’è di mezzo un immigrato, sarà lui a farne le spese.
Uno di quei poliziotti ammazzerà in casa sua Jefferson, ventenne ecuadoriano padre di una bambina. La madre di Jefferson aveva chiamato aiuto perché il ragazzo era evidentemente troppo agitato per problemi personali. “Aiuto” che, per lo Stato, soprattutto quando si tratta di immigrati, si traduce in violenza.
L’assassinio è stato premiato con nuova scintillante ed efferata dotazione: il taser. Lo specchietto per le allodole del Nazionalismo viene sfoderato appena le condizioni lo permettono.
E questa è solo una conseguenza del più generale odio razziale che si innesta, ad arte, su quello di classe.
Qualcuno ha paura di perdere la proprietà (casa, oggetti da rubare...) o qualsiasi cosa percepisca come tale, chi non ha niente ha il terrore di perdere anche i due spiccioli di carità o il posto in dormitorio.
Non servono molte parole per sottolineare quanto sia necessario e urgente agire contro l’ondata reazionaria. Ai campi di concentramento, alla segregazione istituzionale e allo sfruttamento spinto fino alla semi-schiavitù, si accompagna uno stillicidio di aggressioni contro gli immigrati. Siamo ormai al tiro al bersaglio fomentato, legittimato, normalizzato. Difficilmente si potrebbe immaginare una più ignobile (quanto funzionale a padroni e governanti) parodia dello scontro di classe. È come se la rassegnazione e la sottomissione, con cui un’ampia parte della società ha accettato tre decenni di attacchi capitalistici, si raggrumasse nel rancore verso l’immigrato, delegando al ducetto di turno la maniera forte. 
Se nazionalismo e razzismo, vecchi ami avvelenati a cui sempre più sfruttati abboccano, non trovano in fretta decisi sbarramenti, infetteranno a lungo le anime morte prodotte da questa meravigliosa democrazia. Educati a pane e tolleranza verso l’intollerabile (tanto tutto è opinione, no?), eccoci qua.
I processi intentati contro donne e uomini che non vogliono accettare barriere, filo spinato, detenzione amministrativa, immigrati che muoiono in massa alle frontiere di terra o di mare, nei campi di concentramento, passano spesso sotto silenzio. La settimana scorsa c’è stata la prima udienza contro decine di manifestanti che si erano riuniti al Brennero il 7 maggio 2016 per l’iniziativa “Abbattere le frontiere”. A questo seguirà un altro troncone con altrettanti imputati accusati addirittura di devastazione e saccheggio.
Intanto gli arrestati durante quello stesso corteo, che hanno già avuto il processo d’appello, si sono visti confermare la condanna a 1 anno e 2 mesi.
E noi? L’epoca che richiede alle minoranze ribelli quelle drastiche opzioni di cui parlava uno storico partigiano (Claudio Pavone) non è dietro, ma davanti a noi.
L’azione e la rabbia contro ciò e chi fomenta tutto questo potrebbe convergere nel tempo e diffondersi nello spazio.

Spazio di documentazione Il Grimaldello

11 settembre 2018

Appello a dieci giorni di mobilitazione contro frontiere e razzismo di Stato in occasione del processo per i fatti del Brennero

Il 12 ottobre, presso il tribunale di Bolzano, comincerà il processo contro 63 imputati e imputate per la manifestazione Abbattere le frontiere tenutasi al Brennero il 7 maggio 2016. Si tratta del primo troncone giudiziario, a cui ne seguirà un altro con altrettanti imputati. Nel frattempo, gli arrestati durante il corteo del 2016 a cui è stato fatto il processo d'appello si sono visti confermare la condanna a un anno e due mesi.
Si può dire che il motivo per cui siamo andati al Brennero quel giorno è decisamente, tragicamente attuale. Allo stesso tempo, visto quello che sta succedendo attorno a noi, l’importanza di questa scadenza repressiva impallidisce alquanto. Se ciò che ci rivendichiamo è lo spirito con cui in centinaia siamo andati al Brennero, vorremmo fare anche del processo un’occasione di lotta contro le frontiere sempre più assassine e contro un razzismo di Stato che non ha mai incontrato, se non negli anni Trenta, un simile consenso sociale.  
Non servono molte parole per sottolineare quanto sia necessario e urgente agire contro questa ondata reazionaria. Ai campi di concentramento, alla segregazione istituzionale e allo sfruttamento spinto fino alla semi-schiavitù, si accompagna uno stillicidio di aggressioni contro gli immigrati. Siamo ormai al tiro al bersaglio fomentato, legittimato, normalizzato. Difficilmente si potrebbe immaginare una più ignobile (quanto funzionale a padroni e governanti) parodia dello scontro di classe. È come se la rassegnazione e la sottomissione con cui un’ampia parte della società ha accettato tre decenni di attacchi capitalistici si raggrumasse nel rancore verso l’immigrato, delegando al ducetto di turno la 
maniera forte. Se nazionalismo e razzismo, vecchi ami avvelenati a cui sempre più sfruttati abboccano, non trovano in fretta decisi sbarramenti, infetteranno a lungo le anime morte prodotte da questa meravigliosa democrazia. Educati a pane e tolleranza verso l’intollerabile (tanto tutto è opinione, no?), eccoci qua. 

E noi? 
L’epoca che richiede alle minoranze ribelli quelle drastiche opzioni di cui parlava uno storico partigiano non è dietro, ma davanti a noi. È qui. Sta salendo giorno dopo giorno.
Nel periodo che va dal 10 al 20 ottobre, l’iniziativa, l’azione e la rabbia contro ciò e chi fomenta tutto questo potrebbe convergere nel tempo e diffondersi nello spazio. C’è bisogno di dare dei segnali, di darsi spunti e coraggio (nonché esprimere solidarietà ai processati per gli scontri del Brennero).


abbattere le frontiere